Montagna che cambia pelle. Di Michele Comi

L’andare per montagne, il fare alpinismo come il girovagare per sentieri, è anche questione di sguardi. Di quel saper vedere che ci restituisce la montagna dei nostri giorni, sempre più povera di ghiaccio e sempre più instabile. Una montagna che, come ci racconta Michele Comi, cambia pelle e che dobbiamo saper interpretare e salvare. Per noi stessi e per i nostri figli.

E’ autunno inoltrato, ma il sole a mezzogiorno scalda ancora parecchio, portandosi appresso una coda d’estate che fatica ad interrompersi dopo tante settimane roventi.

I ghiacciai mostrano tutto la loro sofferenza, le zone d’accumulo (ricoperte di neve) restano ormai confinate e nascoste negli angoli più alti ed ombrosi delle vette, mentre gran parte della superficie evidenzia un ghiaccio vivo ed esausto, solcato da canali di fusione, dedali di crepi e scivoli scuri ricoperti da detrito.

Ho calpestato e percorso parecchio la montagna “classica” nei gruppi Disgrazia e Bernina nel corso delle ultime stagioni.

“Corda Molla” al Disgrazia, Biancograt al Bernina, Roseg, Palù e tante altre, incastonate tra questi giganti di ghiaccio delle Alpi Centrali. Ogni tanto mi chiedo se il progressivo mutare delle condizioni di percorribilità della montagna si accompagni con una reale comprensione dei cambiamenti in atto.

Detriti, rocce rotte non più immobilizzate dal gelo, pendii sempre più acclivi, creste private della neve, che si fanno lisce o friabili, accessi sempre più complicati alle combe glaciali, rendono oggettivamente tutto più difficile.

I tempi di percorrenza indicati nelle gloriose Guide CAI-TCI risultano sistematicamente sforati, non perché siamo diventati tutti brocchi, ma per l’accresciuta complessità terreni attraversati.

Ogni estate occorre piazzare qualche nuovo ancoraggio salvifico, soprattutto dove la roccia, messa a nudo dalla scomparsa del ghiaccio, si presenta completamente liscia e trasforma il terreno un tempo facile in un grande ostacolo.

Eppure il nostro approccio alla montagna rimane sostanzialmente invariato. Le vacanze d’agosto e i weekend liberi segnano l’agenda: si va. Continuiamo a cercare il contatto con la natura in montagna perché ci procura piacere, dimenticandoci a volte che il piacere che ne deriva sta nel cercare quanto nel trovare.

Fatichiamo a distaccarci dal concetto di “trofeo” da conquistare, anche quando le cose si fanno complicate.

E’ una questione di sguardi, di consapevolezza che la situazione in alta montagna si è fatta assai complessa. Per questo forse è tempo di riformulare obiettivi, togliere il piede dall’acceleratore.

Così nelle due settimane più calde d’agosto, con lo zero termico costantemente al di sopra dei 4500 metri, ho sospeso ogni salita su neve e ghiaccio, dirottando tutte le uscite sul granito del Masino.

Legarsi in cordata per la normale al Bernina non può più essere considerata un’aerea gita in alta montagna, ma il meritato culmine di un articolato percorso di conoscenza…

In tal modo la “grammatica” della montagna non subirebbe nessun declassamento. Forse così potremmo semplicemente meglio concentrarci sulle situazioni di vulnerabilità e imperfezione che incrociamo costantemente. Senza dimenticare che la montagna che cambia pelle, e si trasforma sempre di più in modo imprevedibile, può costituire un valido alleato nei processi educativi, dove la percezione dei rischi e la consapevolezza di se stessi, consentono di assaporare l’esperienza, senza consumarla.

Senza la ricerca forzata del risultato possiamo guardare meglio ai nostri errori, dove sbagliare (rimediando alla pecca) fa parte di un percorso di ripensamento e apprendimento e aiuta a vivere meglio l’esperienza.

Michele Comi – guida alpina

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